di Alfonso Gianni
E' stato un vero disastro, dunque ragioniamoci su. Se non altro per impedire che alla desertificazione della sinistra si aggiunga anche quella della ragione. E qualche inquietudine in questo senso c'è, viste le molte dichiarazioni di queste ore che provengono dall'interno del nostro schieramento elettorale.Partirei, come insegnano i maestri, dai semplici dati. Nei loro valori assoluti sono ormai più che noti. Ciò che invece più interessa è esaminare l'andamento dei flussi elettorali. Ieri Repubblica ha anticipato, in parte, gli esiti di uno studio fondato su 38mila interviste, che ci aiuta a rispondere a una domanda cruciale: dove e verso chi Sinistra Arcobaleno ha perso il bagaglio di voti costituito almeno dalla somma di quelli ottenuti dalle tre forze partitiche con precedenti elettorali? Rifondazione ha ceduto il 5,1% dei suoi voti a Berlusconi (3,3% al Pdl, 0,9% alla Lega; 0,9% al Mpa, per l'esattezza), mentre il Pdci ha portato acqua al mulino delle destre nella misura del 5,6% e i Verdi in quella del 8%. Ben maggiore, come era ovvio, è stato il salasso in direzione di Veltroni, cui il Prc ha ceduto il 46,9% (di cui il 40,3% al Pd e il 6,3% all'Italia dei Valori); mentre per Pdci e per Verdi le cifre sono rispettivamente il 55,5% e il 56,4%. All'Udc sono giunte percentuali molto più basse, l'1,2% dal Prc, lo 0,7% dal Pdci, ma ben il 4,1% dai Verdi, che riescono a fornire voti persino a Storace nella misura del 2,4%. Ferrando riceve contributi praticamente solo dal Pdci (11,5%), mentre Sinistra Critica è alimentata in modo più vario (il 5,4% dal Prc, il 3,8% dai Comunisti italiani, il 2,4% dai Verdi).Da questa indagine non è dato sapere quanti siano i voti che hanno portato alla crescita dell'astensione. Tuttavia la stima che non più del 25% dei voti che mancano alla Sinistra Arcobaleno hanno alimentato l'area del non voto (che a questo punto è finanche dubbio definire astensionismo di sinistra). Se quindi guardiamo al nostro partito, risulta che i voti mancanti a Rifondazione hanno soprattutto preso una direzione verso la nostra destra - e ne ha beneficiato in modo assolutamente prevalente il Pd - piuttosto che verso l'astensionismo. Non credo che siamo tuttora in possesso degli strumenti analitici e d'inchiesta che ci permettano di fornire una descrizione convincente ed esaustiva di questo esito. Mi sembra però che ridurre il tutto al ricatto del voto utile, sia fuorviante. Certamente questo ha inciso in modo pesantissimo contro di noi. Ma temo che non si tratti solo di questo, se per voto utile intendiamo quel processo di decisione di voto indotto esclusivamente dalla torsione bipartitica del meccanismo elettorale. Avendo fatto la campagna elettorale e ascoltato anche i resoconti di altri, riannodando questa esperienza con altre discussioni avute lungo questi due anni di governo, valutando anche sondaggi svolti non tanto sull'orientamento di voto quanto sulle tematiche sottese, mi sono venuto convincendo che modi di pensare che noi siamo soliti attribuire alla destra tout court hanno sfondato anche nel nostro tradizionale elettorato o ne hanno influenzato parti non trascurabili. Mi riferisco persino a temi come la sicurezza e l'immigrazione. Mi riferisco al fatto, già direttamente sperimentato, che la cosa più indigesta, tra le tante, sia stato proprio l'indulto, malgrado continui personalmente a ritenerlo uno degli atti più limpidi e positivi di questa brevissima legislatura. E ciò è avvenuto particolarmente in quei settori di voto di opinione, forse anche in quelli di più netta e marcata tradizione ideologica. Laddove invece esperienze di lotta sul territorio, interne o esterne al nostro partito, hanno cementato una comunità, un orientamento diffuso, hanno rimotivato una sinistra preesistente, il nostro voto ha tenuto botta, casomai evidenziando nuove tendenze al proprio interno. Mi soccorre l'esempio di Roma, dove non a caso Andrea Alzetta di Action è il primo degli eletti della SA e otteniamo ottimi risultati in tre municipi da noi diretti.Complessivamente - ed è questo un dato di grande rilevanza per le conclusioni che vorrei trarre - Rifondazione comunista ha portato alla Sinistra Arcobaleno il 38,4% dei propri voti, mentre l'apporto del Pdci (20%) e dei Verdi (24,8%) è stato assai minore. E' dunque difficile, dall'analisi di questi dati, concludere che la Sinistra Arcobaleno abbia pagato solo la sua presenza al governo. Ovviamente questa ha pesato in senso negativo e non poco. Sia perché, ed è il motivo principale, la politica del governo è stata complessivamente deludente, in modo particolare per quanto riguarda le condizioni di vita dei ceti popolari; sia perché il governo è stato impermeabile ai movimenti da un lato e dall'altro la maggioranza del movimento sindacale ha costruito con esso un assetto neocorporativo che ha schiacciato il nostro stesso ruolo (come si è visto nella vicenda del welfare); sia perché, e non sottovaluterei questo argomento, assai deficitario è stato il modo concreto con cui le forze della Sa hanno interpretato il loro ruolo ed esercitato la loro funzione nel governo. In altre parole pigliarsela solo con i poteri forti è argomento da campagna elettorale, che appunto è passata, ma non spiega tutto e ci impedisce di fare tesoro di un'esperienza negativa. Tuttavia è accaduto qualcosa di più profondo, le cui avvisaglie avrebbero dovuto essere evidenti negli esigui margini della vittoria elettorale del 2006. Lo spostamento a destra è nella società, nel modo di pensare, nella curvatura che ha preso la delusione popolare, nella direzione prevalente con cui il conflitto alto/basso si è manifestato nella nostra società. La crisi della globalizzazione si risolve prevalentemente non nell'altromondialismo, ma nel ritorno al villaggio d'origine. Così si spiega il successo della Lega. Non si tratta certo di tendenze irreversibili ma reali sì. Risalire la china è un lavoro di lungo periodo, ma dobbiamo iniziarlo subito in una direzione precisa. Tornare a soluzioni neoidentitarie mi pare precluso anche dal fatto che l'attrattiva della tradizione ideologica non ha pagato. Rinchiudersi in una nicchia in attesa che il mondo sia più generoso con noi, può solo condurre alla claustrofobia. Ripartire dal sociale e certamente necessario, ma limitarsi ad esso è una prospettiva monca, destinata al fallimento proprio perché non vi è alcuna identità tra collocazione sociale e sentire politico. Assumere la Lega Nord come modello di nuova organizzazione ramificata sul territorio e tra le masse è scelta che lascio volentieri a Luca Casarini. Parlare di federazione tra le forze dell'Arcobaleno è grottesco dopo il pessimo esito della minifederazione elettorale, la chiamata fuori del Pdci e la dissoluzione dei Verdi. Né possiamo caricare sulle spalle della sinistra diffusa, ad esempio quella che si riunirà a Firenze sabato, il compito della ricostruzione. Malgrado il disastro una soggettività politica di sinistra esiste nel paese. Proporsi di unirla, in un nuovo soggetto politico, innovare programmi e forme organizzative, modalità concrete dell'agire politico e sociale, contemporaneamente con il rafforzamento della rete dei movimenti e delle espressioni territoriali, è il compito che ci spetta, il tema del congresso. Certo che partiamo da noi, con la necessaria umiltà, ma per andare oltre. Come diceva un verso di Paul Celan: "Il mondo non c'è più, io debbo portarti".
18/04/2008