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di Alfonso Gianni - Sottosegretario alle attività produttive PRC-SE
Confesso che capire quale sia esattamente la proposta che Walter Veltroni ha voluto avanzare l'altra sera a "Porta a Porta" sul tema del salario minimo, non è cosa davvero facile. Infatti ne esistono varie versioni giornalistiche. In attesa di precisazioni doverose che, immagino, verranno dalla lettura del programma elettorale del Pd, è comunque utile sfruttare l'occasione per qualche precisazione sul tema, visto che Rifondazione comunista non ha certo aspettato questa campagna elettorale per esprimersi sull'argomento. Già nella passata legislatura depositammo una proposta di legge sul salario sociale, ovvero su un salario monetario e su un pacchetto di servizi sociali da offrire ai giovani inoccupati e ai disoccupati di lungo periodo.Come vedremo tra poco la nostra proposta si muove in una logica del tutto diversa da quella proposta dal segretario del Pd. Quest'ultimo ha affermato che bisognerebbe prevedere un compenso minimo legale che per un contratto atipico non potrebbe essere meno di 1000-1100 euro mensili. Se la proposta resterà questa se ne possono fin d'ora trarre alcune considerazioni. Tale proposta non riguarderebbe coloro che sono privi di lavoro e che lo cercano, ma coloro che già lo hanno, seppure in modo precario. In sostanza saremmo all'interno di una fissazione legale di un minimo salariale. O, in maniera ancora più riduttiva (ma non credo) per una sorta di copertura salariale, di sostegno al reddito, di cassa integrazione sui generis estesa ai periodi di non lavoro dei precari.La cosa già sconvolge il segretario della Cisl Bonanni, che ha subito lamentato una lesione del ruolo contrattuale delle parti sociali, secondo una logica ormai incline al corporativismo consociativo che pare prevalere nelle culture cisline. Non è certamente questo il punto, per quanto ci riguarda. Anzi, l'idea di porre fine al conflitto tra legge e contratto per quanto concerne i minimi delle retribuzioni salariali, mi pare al contrario un elemento positivo di modernità che trae fondamento dalla dimensione internazionale e allo stesso tempo estremamente frammentata del mercato del lavoro. Infatti le migliori riflessioni, proposte ed esperienze in campo europeo si muovono nella direzione di concepire un minimo salariale per legge, che funzioni da garanzia basilare per i lavoratori, al di sopra - ma mai al di sotto! - del quale comincia la contrattazione sia di carattere nazionale che di carattere aziendale. Se dunque si trattasse di decidere che l'applicazione dell'articolo 36 della nostra Costituzione, che prevede il diritto per il lavoratore a una retribuzione che assicuri a sé e alla famiglia "un'esistenza libera e dignitosa", debba essere affidata, oltre che alla persistenza insostituibile del contratto nazionale di lavoro (quello che la Confindustria e i suoi estimatori vorrebbero abbattere), anche alla fissazione legale di un minimo di retribuzione, magari su scala oraria, saremmo nel campo di proposte che il nostro partito ha esplicitato da anni. Ma se, invece e come sembra, la proposta di Veltroni è circoscritta al lavoro precario, siamo in una situazione completamente diversa. Vorrebbe dire che anziché combattere la precarietà la si sancirebbe dotandola semplicemente di una minima rete di protezione salariale. Senza contare che ciò rappresenterebbe un vistoso passo indietro rispetto allo stesso programma con cui l'Unione si presentò alla campagna elettorale di due anni fa. In quel testo si chiedeva infatti che il lavoro precario almeno non costasse meno di quello a tempo indeterminato, in modo da non creare una convenienza in partenza a farvi ricorso da parte padronale. Se la cifra è quella indicata da Veltroni saremmo comunque ben al di sotto delle retribuzioni per il lavoro a tempo indeterminato.Il salario minimo non può essere inteso come uno strumento della lotta alla precarietà, ma sì invece, e non è poco, come uno strumento di difesa contro la compressione e la riduzione del valore reale e nominale dei salari e del lavoro. La lotta alla precarietà richiede invece una modificazione radicale delle norme che regolano il mercato del lavoro, appunto il superamento della legge 30, nel senso di una riunificazione nell'ambito del lavoro dipendente di ciò che lo è effettivamente e nel privilegiare il rapporto di lavoro a tempo indeterminato.E ' esattamente questo il contenuto della proposta di legge che abbiamo presentato e che riproponiamo anche nel corso del prossimo confronto elettorale.Ma non ci fermiamo qui. Il tema di un reddito ai giovani inoccupati e ai disoccupati di lungo periodo è da tempo sul tappeto. Ma, come abbiamo visto, la proposta di Veltroni è tutt'altro da questa. In molte parti d'Europa un istituto di questo genere esiste, seppure in forme diverse. Lo stesso dibattito sulla flexicurity tenutosi recentemente al Parlamento europeo lo ha messo in luce. Per converso il nostro paese, insieme alla Grecia, è quello che spende meno nel sostegno diretto a coloro che sono privi di occupazione. Per questa ragione, da noi abbiamo una così elevata disoccupazione giovanile e femminile e per questo la disoccupazione che colpisce le fasce d'età più mature è quella che ha più lunga durata nel quadro europeo. Da noi se vuoi entrare nel mercato del lavoro devi abbassare il capo, accettare il precariato e le varie forme di salario diminuito e d'ingresso. In compenso se dal mercato del lavoro ti buttano fuori, non ci rientri praticamente più.Questo circolo vizioso non può essere affrontato dal lato dell'abbassamento delle garanzie per chi è già nel rapporto di lavoro, cioè con la liquidazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che in forme più o meno sofisticate viene oggi riproposta dai "pensatori" del Pd. Deve invece produrre un nuovo tipo di intervento del pubblico nel mercato del lavoro. Bisogna - è questa la nostra proposta - fornire una retribuzione ai giovani inoccupati e ai disoccupati di lungo periodo, fatta di moneta e di servizi sociali, in primis la formazione, per permettere a questi soggetti di trovare un lavoro dignitoso, sfuggendo al ricatto delle varie forme di economia informale, sommersa, per non dire criminale così diffuse nel nostro paese. Mi rendo conto che quella che proponiamo non è un'operazione da poco e che, oltre tutto, richiede un adeguato finanziamento che deve essere garantito da una fedeltà fiscale da parte di tutti i cittadini. In questa direzione si muovono comunque i paesi più evoluti. Recentemente alcune regioni italiane, ultima il Lazio, hanno varato leggi in questa direzione.Si tratta di una riforma radicale del welfare italiano. Da noi l'accesso al welfare è sempre avvenuto attraverso l'appartenenza al mondo del lavoro. Se non lavori non hai la pensione, la sanità, le forme di sostegno al reddito. In sostanza abbiamo determinato un accesso lavoristico al welfare. Ma quando questo sistema si è realizzato, sempre grazie alle lotte del movimento sindacale e politico che ha presentato i lavoratori, il lavoro era di relativa facile reperibilità. In un'epoca, quale quella nella quale vivono le nostre giovani generazioni, in cui il lavoro è un bene scarso, il processo va capovolto. Dobbiamo garantire un accesso al lavoro stesso attraverso e grazie un'estensione universale e una riforma finalistica dei servizi del welfare, di cui un salario sociale e una formazione gratuita e continua sono i pilastri. Come si vede non è solo un fatto economico, ma di civiltà. Di civiltà del lavoro, appunto.