Qualcos'altro si può fare

di Gabriele Polo ( il Manifesto )

Lacrime e sangue. La promessa fatta da Churchill agli inglesi difronte al pericolo nazista è l'attuale condizione di ciò che resta della sinistra politica italiana dopo le elezioni. Le lacrime sono state abbondantemente versate, anche in diretta televisiva, con annesse sfottenti condoglianze. Il sangue è quello - fortunatamente solo metaforico - che si sta spargendo in un conflitto interno ai gruppi dirigenti della Sinistra-l'arcobaleno. Chi se ne è andato un minuto dopo la chiusura dei seggi per preservare all'ombra di gloriosi simboli e nomi il proprio ruolo, chi quatto quatto si sta rifugiando nelle braccia onnicomprensive di Veltroni, chi si dilania in lotte incomprensibili ai più. Un panorama da guerra civile, in cui prevale il respiro corto e manca quasi del tutto il ragionamento sugli errori commessi, su uno stravolgimento sociale compiuto, sul collasso della rappresentanza. Le paure e i rancori sordi che hanno inquinato il vivere civile, determinando l'esito elettorale, sono dilagati nella società politica avvelenandone i pozzi. Nel migliore dei casi lo shock elettorale si trasforma in inviti al tornare alle proprie origini culturali e al «popolo» come fosse un demiurgo. Il «popolo», invece, non può far altro che aggirarsi affranto, chiudere le sedi appena aperte, o al più perseverare nelle pratiche alternative disperse e frammentate dal trionfo del mercato.Questo è il quadro, da qui si parte. Inutile continuare a piangere su una rappresentanza parlamentare dissolta, inutile andare a piccole rese dei conti, inutile pensare di ritrovare subito una sintesi generale ignorando il terremoto avvenuto. La «morte della sinistra» era in corso da tempo, le elezioni le hanno solo dato ratifica istituzionale. Non pensiamo nemmeno di concentrarci principalmente sulle battaglie quotidiane o di trincea. Non consoliamoci con i risultati delle amministrative (appena decenti), cerchiamo d'evitare che il governo di Roma cada nella mani dei nipotini di Salò, ma sapendo che l'enfasi antifascista di Rutelli è come un contratto di lavoro a tempo determinato: lo sottoscriviamo, ma è a scadenza. Non passiamo i prossimi cinque anni a scandalizzarci per le sparate di Berlusconi o a esaltarci per le sue gaffe e i piccoli litigi quotidiani dentro il centrodestra. Il Cavaliere ha promesso lacrime e sangue molto concrete, gestirà la recessione senza troppi scrupoli e farà nel pubblico impiego ciò che gli imprenditori hanno fatto (complice l'ex sinistra) nel lavoro privato, perché gli operai non sono più un problema economico né politico: continueranno a crepare e a faticare, quelli dei vecchi mestieri come quelli dei nuovi lavori, nell'indifferenza della politica che lascia spazio solo alla rabbia sorda. Quanto a Veltroni, il suo progetto è chiaro: troverà uno spazio di dialogo con l'avversario e aspetterà tempi per lui migliori, convinto che arriveranno.Non è detto che sarà così, ma di sicuro continuerà a cercare di desertificare a sinistra, proponendosi come il «rappresentante» di tutto ciò che non è di estrema destra, dall'Udc in qua.Concentriamoci, invece, su ciò che esiste. Perché la sinistra non scompare con la sua rappresentanza istituzionale: pensare che il gioco si teneva principalmente nel palazzo è stato l'errore di fondo, ritenere di conoscere a memoria la società e le sue contraddizioni la tragedia più vera. Fermiamoci un attimo, senza rese dei conti e apriamo un confronto vero, ricostruiamo un linguaggio non stereotipato e comune, misuriamolo con le condizioni materiali e le aspirazioni politiche delle persone in carne e ossa, diamo battaglia a partire da queste, mettiamo - ciascuno di noi - a disposizione ciò che siamo e i ruoli che ricopriamo; a iniziare da chi si è dato responsabilità dirigenti. Questo non è ricominciare da zero, è ripartire dalla realtà. La «ricetta» non si può inventare a tavolino: confessiamo apertamente le reciproche parzialità.Ps: Poiché siamo tutti in gioco, meglio precisare che il gioco riguarda anche questo giornale. Che si è speso molto per una sinistra possibile (dall'assemblea dell'Eur del 15 gennaio 2005 alla manifestazione dello scorso 20 ottobre, fino a una campagna elettorale svolta in «stato di necessità») e continuerà a farlo, con disponibilità e autonomia. Ma visto che in tempi di carestia anche i più piccoli bocconi sembrano un fiero pasto, nessuno provi a divorarci. Come cibo serviremmo a poco, solo a prolungare le agonie.